Capitolo Quattordici/3. Hegel .
Introduzione. Un conciliatore grande, ma ambiguo.
Hegel (1770-1831)  stato considerato dal suo discepolo e biografo
Karl Rosenkranz come il frutto maturo di una stagione della storia
della filosofia cos straordinaria da poter essere paragonata solo
a quel periodo della filosofia greca antica, che aveva meritato la
denominazione di filosofia classica. Rosenkranz riteneva che i
cinquant'anni che vanno dalla pubblicazione della Critica della
Ragione pura alla morte di Hegel meritassero la stessa
considerazione e propose per questo periodo la denominazione di
filosofia classica tedesca. Hegel stesso era convinto che il suo
sistema filosofico desse un senso compiuto non solo alla filosofia
tedesca, ma a tutta la storia della filosofia e che quella
meravigliosa avventura della storia umana, iniziata con Talete nel
sesto secolo avanti Cristo, si fosse conclusa nel suo sistema
filosofico, nel quale il tentativo dei filosofi di comprendere la
totalit del reale con l'uso esclusivo della ragione trovava piena
realizzazione.
La vita di un filosofo cos straordinario sembra non offrire
alcuno spazio ad episodi particolarmente significativi, del tipo
di quelli che hanno caratterizzato la vita di Fichte e in qualche
modo anche di Schelling. In genere si ricordano le sue impressioni
al passaggio di Napoleone e poco altro. Fino alla scoperta dei
suoi scritti giovanili, avvenuta all'inizio di questo secolo,  la
sistematicit del suo pensiero dava l'impressione che egli fosse
sempre stato professore  all'Universit di Berlino e che avesse
sempre insegnato davanti ad uno stuolo di uditori ammirati ed
entusiasti. Naturalmente le cose stanno diversamente. Anche il suo
pensiero  stato condizionato dal suo vissuto personale e dalla
societ del suo tempo: anch'egli si era entusiasmato da giovane
per l'illuminismo e per la rivoluzione francese, anch'egli aveva
subto poi l'influenza della cultura romantica e lo spirito della
Restaurazione. Anch'egli, infine, si era sentito cristiano e
luterano.
Proveniente da una famiglia medio-borghese, Hegel aveva trascorso
la sua infanzia in un clima di pietismo protestante. Nel liceo di
Stuttgart egli aveva poi incontrato i classici latini e greci.
Spinto dal padre a diventare pastore, entr nel seminario di
Tubinga nel 1788, un anno prima dello scoppio della Rivoluzione
Francese. Qui Hegel strinse amicizia con Schelling e Hlderlin,
con i quali condivise l'entusiasmo per la rivoluzione. Completati
gli studi teologici, non volendo fare il pastore, divenne
precettore a Berna e a Francoforte. Nel 1799 gli mor il padre,
lasciandolo erede di una somma, che gli permise di raggiungere
l'indipendenza economica. Cos si rec a Jena e cominci a
lavorare presso l'universit. In questo periodo ide e scrisse La
Fenomenologia dello Spirito. Dovette allontanarsi da questa citt
all'arrivo dell'esercito francese; in quell'occasione egli
espresse il suo giudizio su Napoleone, "spirito del mondo". Finiti
i soldi del padre, divenne preside del liceo di Norimberga. Qui si
spos e dal matrimonio ebbe tre figli di cui una femmina, che gli
mor poco dopo la nascita; mentre un altro figlio, che gli era
nato prima del matrimonio, fu poi legittimato e accolto in
famiglia. A Norimberga pubblic anche opere importanti come La
scienza della logica. Nel 1816 inizi la sua carriera
universitaria, prima ad Heidelberg, dove pubblic l' Enciclopedia
delle scienze filosofiche in compendio (1817), e poi dal 1818 a
Berlino, dove port avanti il suo lavoro di professore
universitario con un consenso straordinario da parte degli
studenti.
Il suo successo sembr essere quello della filosofia stessa;
l'entusiasmo che il pensiero hegeliano suscitava sui giovani
dimostrava la capacit della filosofia di appagare le loro
speranze. Studenti di tutta Europa erano presenti alle sue
lezioni; gli appunti venivano poi tradotti nelle varie lingue e
trasmessi ai rispettivi luoghi natii. Con Hegel la filosofia
tedesca acquist fama europea ed egli venne ad incarnare l'essenza
stessa del filosofo per quanto ci fosse umanamente possibile.
Il primo aspetto che colpisce  la radicale distanza da lui sempre
voluta fra il suo pensiero e la sua vita personale. Per Hegel la
dignit della filosofia, la sua epistemicit, richiedeva un sapere
oggettivo, impersonale, assoluto, una razionalit pura. Egli
arriv a dire: "Ci che di personale si trova nei miei scritti 
falso". Ma il suo contemporaneo Schopenhauer, che invece vedeva
nei professori universitari un pericolo per la filosofia, gli
rispose: "Chi non parla di s, parla di nulla".
Un altro aspetto del suo pensiero che colp maggiormente fin
dall'inizio  il suo deduttivismo estremo per cui tutto ci che 
importante,  anche deducibile razionalmente. A questo proposito
ricordiamo un episodio riguardante il suo avversario di allora, un
certo Wilhelm Traugott Krug, che chiese polemicamente ad Hegel di
dare una dimostrazione della forza deduttiva della mente,
sfidandolo a dedurre il tipo di penna con cui stava scrivendo.
Hegel rispose con una facezia. Ma, come nota Rosenkranz, uno di
quegli aspetti accidentali della storia, che egli aveva sempre
disprezzato come non importanti, non significativi all'interno del
movimento dello spirito, e quindi non deducibili, fu comunque
decisivo per la sua vita. Infatti nel 1831 egli prese il colera e
mor.
Ha fatto molto discutere la sua dottrina della coincidenza fra l'
essere e il dover essere: se l'esistente coincide con la sua
razionalit, come si colloca il problema del male? Per Hegel il
male  la conoscenza stessa, o meglio la rappresentazione del
male  che l'uomo diviene cattivo attraverso la conoscenza. La
conoscenza  fonte del male perch essa per esistere ha bisogno di
separare, di dividere, di contrapporre;  necessaria la
contrapposizione soggetto-oggetto, quella fra spirito e materia e
cos via. E la separazione  la dimostrazione che l'uomo non 
completo, che in lui c' una scissione, che  alienato. Il male 
quindi nell'individualizzarsi, nel rimanere staccato
dall'universale. Ma la consapevolezza che ci  male  anche la
strada per il suo superamento, perch di qui inizia il processo
dello spirito che per la via della riconciliazione riporta
all'unione con l'universale. Afferma Hegel: La scissione  la
sorgente del male; ma essa  anche il punto d'origine della
riconciliazione. E' l'origine della malattia, ma anche la sorgente
della salute. Questa per lui  la spiegazione razionale del mito
biblico del peccato originale, di quel versetto della Genesi in
cui Dio afferma che  proibito per l'uomo cibarsi dei frutti
dell'albero del bene e del male. Dalla disubbidienza a Dio inizia
per l'uomo la storia del male, ma anche la storia della
conoscenza. Si tratta di un male che  anche bene, e quella dei
nostri progenitori diventa una felix culpa.
Compreso razionalmente nella sua radice profonda, il male non fa
pi paura. Hegel pone il male della vita e della storia nel
momento antitetico della dialettica, dove esso svolge una funzione
positiva importantissima. Egli non ha nessun bisogno di sminuirlo
o di censurarlo, come avevano fatto gli illuministi che avevano
accettato volentieri il mito del buon selvaggio e che avevano
preferito dare alla societ tutte le colpe. Nel sistema filosofico
hegeliano per quanto male ci sia stato (e ci sar) nella storia,
esso  sempre stato (e sempre sar) perch cos doveva essere,
quindi a fin di bene, per il progresso dello spirito umano. La
realt nel suo insieme coincide con la razionalit; i casi
individuali non interessano la filosofia!.
Oggi possiamo affermare che la pretesa di Hegel di far coincidere
reale e razionale si sia risolta in una sconfitta clamorosa della
stessa filosofia. Per rendercene conto basta riflettere sul fatto
che se qualcuno commentasse Auschwitz con gli schemi della
filosofia hegeliana passerebbe per un provocatore e la frase "ci
che  reale  razionale" sarebbe scambiata per un insulto. Come
abbiamo gi sottolineato a proposito dell'Illuminismo, vero e
verosimile (quindi razionalmente accettabile) non sempre
coincidono. E ci va ribadito soprattutto quando si tratta della
storia umana, in rapporto alla quale la ragione mostra
maggiormente i suoi limiti. Ci che  avvenuto nel nostro secolo,
cos lontano da quanto razionalmente era stato previsto, e le
reazioni scomposte alle smentite della storia ci dimostrano che il
desiderio della philosophia di diventare sophia (scienza,
wissenschaft), quando si trasforma nella certezza che una
conoscenza non dubitabile e non criticabile (cio epistemica) 
stata raggiunta, come nel caso della filosofia hegeliana, porta
poi facilmente a negare o passare sotto silenzio (in quanto
accidens e non substantia) tutto ci che non rientra negli schemi
prefissati.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/9.  Capitolo
Quattordici/3. Introduzione.
Storia e totalit.
La sua "filosofia della storia"  di un fascino straordinario.
Nella polemica con gli storici di professione, che gli
rinfacciavano di soffocare la storia nei suoi pregiudizi
filosofici, Hegel dopo aver osservato che nessuno studia la storia
senza pre-giudizi, aggiungeva che il punto di vista del filosofo 
quello di comprendere il razionale che c' nella storia, quel
senso della storia che compare quando la si intende nella sua
globalit. Egli poi osservava che chi si accosta alla storia con
la propria soggettivit (i pregiudizi degli storici), la trova
inevitabilmente conforme ad essa. E cos si perde completamente il
vero senso della storia. Solo il filosofo, che si pone dal punto
di vista della totalit,  in grado di determinare ci che 
essenziale e ci che non lo , di superare le situazioni singole,
che sono proprie del campo dell'astrazione, le quali ci fanno
apparire tutto caduco e nulla di stabile.
Solo la filosofia  in grado di elevarsi alla forma del concetto,
cio all'universale (il vero  l'intero), di fronte al quale gli
aspetti particolari acquistano il loro vero significato. Per il
filosofo i grandi fatti storici sono l'espressione dei modi con
cui la Provvidenza orienta la storia verso i suoi fini, che sono
razionali e quindi accessibili alla comprensione della ragione:
La realt  tale solo perch  specchio del concetto. Hegel
osservava anche che il punto di vista del filosofo  in sintonia
con l'opinione del popolo, perch nell'ingenuit della fede la
forma della verit si manifesta come Provvidenza divina.
Molto si  discusso sulla dottrina hegeliana dello Stato definito
da Hegel Spirito che si realizza nella storia e cammino di Dio
nel mondo, sulla sua concezione della guerra, per la quale i
periodi di pace sono come pagine bianche nel procedere della
storia, mentre gli individui sono soltanto momenti del processo
storico che  autonomo dalla loro volont e nei confronti del
quale essi non possono nulla. A questo proposito il filosofo
manifesta il suo pensiero attraverso affermazioni del tipo: Nello
Stato la libert  realizzata oggettivamente e positivamente. Ci
per non  da intendere nel senso che la volont soggettiva del
singolo si attui e soddisfi merc la volont universale, e che
quindi quest'ultima sia per essa un mezzo. Lo Stato non  neppure
una convivenza degli uomini, in cui debba esser limitata la
libert di ogni singolo. La libert  concepita solo
negativamente, quando la s'immagina come se il soggetto limitasse
rispetto agli altri la sua libert, in modo che questa limitazione
collettiva, il vicendevole impacciarsi di tutti, lasciasse a
ciascuno il piccolo posto in cui potersi muovere. Sono piuttosto
il diritto, la morale, lo Stato, e solo essi, la positiva realt e
soddisfazione della libert. L'arbitrio del singolo non ,
infatti, libert. La libert che vien limitata  l'arbitrio,
concernente il momento particolare dei bisogni. Solo nello Stato
l'uomo ha esistenza razionale (Enciclopedia, paragrafo 535). E
ancora: Solo nello Stato l'uomo ha esistenza razionale. Lo Stato
non esiste per i cittadini: si potrebbe dire che esso  il fine, e
quelli sono i suoi strumenti. Peraltro tale rapporto generale di
fine a mezzo non , in questo caso, rispondente. Lo Stato non 
infatti una realt astratta, che si contrapponga ai cittadini:
bens essi sono momenti come nella vita organica, in cui nessun
membro  fine e nessuno  mezzo (Lezioni sulla filosofia della
storia).
Secondo Hegel dunque noi dobbiamo rapportarci allo Stato come gli
organi del nostro corpo sono in rapporto a noi stessi. Nel passato
queste affermazioni facevano discutere se Hegel fosse un filosofo
progressista o reazionario. E' noto che le sue simpatie per la
Rivoluzione Francese si erano spente ben presto. Nell'anno 1830,
mentre gli studenti a Berlino facevano a gara per festeggiare il
suo sessantesimo compleanno, avvenne un altro fatto
rivoluzionario. A Parigi, dopo tre giorni di combattimenti (le
trois glorieuses), il re Carlo X fu allontanato dal potere e con
lui termin la dinastia dei Borboni di Francia. Questo episodio
rivelava che la rivoluzione dell'Ottantanove non era terminata,
che con essa bisognava ancora fare i conti, perch il fuoco covava
sotto la cenere. Hegel fu spaventato dagli avvenimenti francesi,
che interpret come tentativi di creare disunioni e disordini, una
minaccia per la pace, per quella stabilit che il Congresso di
Vienna aveva riportato in Europa e di cui la parte politica del
suo sistema filosofico era in qualche modo la giustificazione
razionale. Egli inoltre giudicava severamente l'eccessivo peso
dato alla politica e sottolineava il fatto che cambiamenti
repentini non favorissero la calma e  la riflessione.
Il dibattito sulla natura progressista o reazionaria della
filosofia hegeliana ha coinvolto intellettuali del livello di
Lukacs, per non parlare dello stesso Lenin. Basti pensare che, se
si prende in esame la voce "Fascismo" dell' Enciclopedia Italiana,
firmata da Benito Mussolini (ma con la collaborazione di Giovanni
Gentile), ci si trova immediatamente immersi nella concezione
hegeliana dell'uomo, della societ e dello Stato. Sfogliando
quelle pagine capita d'incontrare frasi tipicamente hegeliane come
"tutto nello Stato, nulla fuori dallo Stato", che ci riportano ad
una delle accuse pi frequenti che sono state fatte al pensiero di
Hegel, quella di essere l'ispiratore dei sistemi politici
totalitari, i pi oppressivi del nostro secolo. A questo proposito
ricordiamo il giudizio del filosofo russo B. M. Paramonov, il
quale nell'opera Il culto della personalit e l'antropologia
marxista afferma, a proposito della dialettica hegeliana, che
quando essa viene applicata alla vita sociale si trasforma in uno
strumento di oppressione: L'universale (il sociale) deve negare
la forma del finito, cio l'uomo. Duro   anche il giudizio
espresso da Popper in La societ aperta ed i suoi nemici, e
ribadita in opere successive, in cui il filosofo austriaco arriva
ad affermare che con Hegel hanno avuto inizio lo storicismo ed il
totalitarismo, l'epoca della disonest e dell'irresponsabilit,
una nuova era dominata dalla magia delle parole altisonanti e
dalla potenza del gergo (K. Popper, La societ aperta e i suoi
nemici,  Armando, Roma, 1974, pagina 42; vedi anche Quaderno
primo/2, Introduzione).

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/9.  Capitolo
Quattordici/3. Introduzione.
Cristianesimo e illuminismo.
Dietro alle varie polemiche ed interpretazioni rimane basilare il
quesito su ci che egli veramente ha voluto essere. Nella sua
corrispondenza con Goethe, Hegel afferma che lo scopo che egli si
propose era la riconciliazione  fra la filosofia da una parte e la
religione, il cristianesimo e la teologia dall'altra. Questo
compito influ a tal punto sulla sua filosofia da conferirle i
caratteri di una teologia, o come precisa Karl Lwith, di una
filosofia teologica e insieme di una teologia filosofica. Lwith
insiste sulla natura luterana del pensiero hegeliano e afferma:
In questa fede razionale, cosciente che l'uomo  destinato alla
libert nel suo rapporto immediato con Dio, Hegel si riconosceva
come protestante, con il compito specifico di mediare l'antitesi
luterana tra fede e ragione (K. Lwith, Da Hegel a Nietzsche,
Einaudi, Torino, 1949, pagina 44). Non a caso quindi egli dedic
molti anni del suo insegnamento universitario alla filosofia della
religione. Come luterano, inoltre, Hegel celebr solennemente il
terzo centenario della Riforma (1817) e in occasione
dell'anniversario della "Confessione di Augusta" (1829) tenne
un'importante commemorazione nelle vesti di rettore
dell'universit di Berlino. Il suo intervento era incentrato
sull'idea che l'essenza del protestantesimo fosse la libert
cristiana, intesa in piena sintonia con la razionalit.
Inoltre la sua interpretazione della Rivoluzione francese, come si
trova ne Le lezioni sulla filosofia della storia (la Rivoluzione
Francese e le sue conseguenze), si trasforma in un grande elogio
del protestantesimo per aver favorito la libert e quindi impedito
la rivoluzione, ed in una critica del cattolicesimo per il motivo
contrario. Pur accettando in buona parte la lettura illuminista
della rivoluzione, Hegel finiva per sottolineare i limiti
dell'illuminismo stesso come prodotto dialettico del cattolicesimo
e quindi non proponibile in un paese protestante, in cui la
rivoluzione per la libert dello spirito era gi avvenuta da
tempo. L'anno dopo la celebrazione dell'anniversario della
Confessione Augustana, nel discorso di apertura dell'anno
accademico 1818-1819, egli arriv ad affermare: Quella
superficialit e banalit nel campo del sapere, che si chiamava
illuminismo. Occorreva dunque che la filosofia si incamminasse
verso un nuovo modo di essere critica, pi positivo, pi attento a
cogliere le somiglianze al di l delle differenze, i punti in
comune al di l delle contrapposizioni. Questo compito Hegel se lo
assunse pienamente.
Egli cominci a mettere in evidenza fin dagli anni giovanili la
tendenza a ricercare una logica dell'unione e della conciliazione
(nella Totalit) piuttosto che della separazione e della
contrapposizione. Questo profondo bisogno interiore di una
mediazione che superasse le opposizioni, in particolare quella tra
la filosofia (l'illuminismo) e la religione (il cristianesimo),
cominci a prendere forza gi nelle sue riflessioni giovanili su
Cristo e sul cristianesimo, non a caso inserite dagli studiosi del
pensiero hegeliano in una raccolta con il titolo Scritti giovanili
teologici di Hegel. Il filosofo tedesco inizia con un confronto
fra Cristo e Socrate, intesi come manifestazioni di due differenti
culture, quella greca in cui la religione  espressione di
un'armonia fra il divino e l'umano, e quella ebraica, in cui la
religione  espressione di una scissione. Il confronto va quindi
tutto a favore di Socrate. Poi egli interpreta Cristo come un
predicatore della morale kantiana, un uomo che non fa miracoli
(giudicati negativamente in quanto turbano l'ordine naturale e
storico) e muore senza risorgere, mentre il Lgos di Giovanni
diventa la Ragione pura della filosofia illuminista. Il tentativo
di Ges di rimanere sul piano della morale viene reso vano dagli
Ebrei, che trasformano il suo insegnamento in una religione
positiva, con i suoi miracoli ed i suoi dogmi.
E' solo nel periodo di Francoforte con l'opera Lo spirito del
Cristianesimo e il suo destino (1798-1799) che la figura di Cristo
comincia ad essere interpretata positivamente. Descritto come
l'apostolo dell'amore, Cristo diventa l'elemento dialettico di
conciliazione fra il s ed il fuori di s. Il suo amore, che si
pone al di sopra anche della dimensione morale (distacco da Kant),
si rivela come attivit dialettica finalizzata alla
riconciliazione fra gli opposti (fra uomo e uomo, ma anche fra
uomo e natura). Cos nell'esame della figura di Cristo compare per
la prima volta quella concezione della dialettica, che sta alla
base di tutta la filosofia hegeliana.
Ma in seguito il compito di conciliare gli opposti sar affidato
da Hegel alla ragione e alla filosofia, come appare gi nella
Fenomenologia dello Spirito (1807), in cui tutti questi elementi
presenti negli scritti giovanili saranno ripresi, soprattutto
nelle pagine dedicate alla coscienza infelice e alla sua tensione
verso l'Assoluto, ed in quelle dedicate all'illuminismo, giudicato
inadeguato per essere rimasto sul piano della forma e della
contrapposizione, per non aver capito che fede e ragione sono fra
loro diverse, ma non opposte. Lo stesso rimprovero di contrapporsi
senza capire viene rivolto da Hegel anche alla religione. Solo la
filosofia al suo livello pi alto, quello della ragione
dialettica,  in grado di superare il momento della
contrapposizione. Alla fine dell'opera vi sono i primi tentativi
di un'interpretazione razionale dei dogmi del cristianesimo.
L'incarnazione di Cristo  il modo usato dalla religione per
intendere l'unit dialettica di natura e spirito, l'obiettivo a
cui tende il ciclo dialettico della coscienza per riconciliarsi
con se stessa.
Secondo Hegel prima  necessario il momento dello scontro, poi
avviene quello della conciliazione, per cui l'intellezione [con
questa parola Hegel intende la ragione illuminista] dell'essenza
nasce nel momento in cui essa si pone di fronte alla fede, in
opposizione ad essa. All'inizio del processo della conoscenza lo
stimolo che la fede d alla ragione  quindi tale in quanto la
ragione sente la fede come sfida, ostacolo, opposizione. Nella
lotta contro la fede la ragione scopre se stessa, le sue
potenzialit, il suo destino. Per questo il filosofo tedesco
giudicava positivamente il compito che la filosofia si era imposto
nell'epoca moderna, cio di reagire alla pretesa della teologia di
sottometterla alle sue esigenze, di considerarla sua ancella
(secondo la nota definizione di Tommaso d'Aquino). La ragione dopo
una lunga battaglia aveva conseguito una gloriosa vittoria, aveva
conquistato una totale libert e quindi poteva agire in piena
autonomia.
Arrivata la filosofia a questo risultato, egli riteneva che
l'atteggiamento illuminista, cos orientato nel suo furore
anticristiano verso la polemica negatrice, era divenuto sterile,
inattuale. Egli arriv ad accusare gli illuministi di aver
usurpato il termine "ragione", perch essi in verit erano rimasti
a livello dell'intelletto (che per lui  quella forma inferiore
della ragione che fa emergere le contrapposizioni senza essere poi
in grado di risolverle). La ragione illuminista aveva preteso di
arrivare a Dio solo con dei raisonnements, cio con dei
ragionamenti astratti e quindi, dopo averlo inevitabilmente
trasformato in un'astrazione, era giunta ingenuamente ad affermare
l'ateismo (Dio astratto = Dio non esiste). Hegel notava che
l'ateismo era la conclusione logica della filosofia illuminista.
La filosofia doveva quindi proseguire nel suo cammino, lasciandosi
alle spalle anche l'illuminismo, per arrivare a scoprire che
l'attivit suprema della ragione tende a risolvere le
contrapposizioni ponendosi ad un livello superiore, dove 
possibile comprendere che in realt la meta a cui tendono la
ragione e la fede  lo stesso, cio la verit. Ed entrambe sono in
grado di conseguire l'obiettivo. Secondo Hegel dunque il
contenuto della religione e della filosofia  lo stesso e non pu
essere altrimenti ... le differenze sono solo nella forma, cio
la differenza rimane nel fatto che la filosofia converte nella
forma del concetto quello che  nella forma della
rappresentazione (Hegel, Lezioni di filosofia della religione,
Zanichelli, Bologna, 1974, volume primo, pagina 98 e seguenti). Il
contenuto  lo stesso, la forma  diversa; i fraintendimenti
avvengono quando si cambia la forma per il contenuto. La
rappresentazione  definita una mescolanza "spuria" di pensiero e
di elementi sensibili, di tempo e di eternit.
Alla ragione Dio si manifesta per quello che , cio trinitario,
cio dialettico. Hegel osservava che, anche se il cristianesimo
esprime ci nella forma ingenua della distinzione Padre-Figlio-
Spirito Santo (cio nella forma della rappresentazione), esso
afferma quella stessa verit che  il traguardo a cui tutta la
filosofia tende. E interpretato come meta finale di tutta la
storia delle religioni, che per Hegel costituisce "la vera
teodicea", il cristianesimo si mostra come "religione assoluta",
quindi perfetta.
La conciliazione fra religione e filosofia, a cui tutto il suo
pensiero tendeva, si realizzava cos in un modo, che a lui parve
convincente e definitivo. Ma essa apparve invece piena di
ambiguit sia ai cristiani, sia agli illuministi che la
rifiutarono decisamente.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/9.  Capitolo
Quattordici/3. Introduzione.
Interpretazioni.
Fra i primi interpreti del pensiero di Hegel abbiamo i suoi
scolari, ed in particolare i filosofi della Sinistra hegeliana il
cui giudizio va dalla posizione di Ruge a quella di Bauer. Ruge
nell'opera I nostri ultimi dieci anni afferma che Hegel ha dato
davvero forma sistematica a tutto il mondo spirituale che lo ha
preceduto ed il suo sistema  la conclusione del protestantesimo,
in cui il cristianesimo ha trovato la sua estrema espressione.
Bauer invece mette in evidenza, dietro all'apparente conformismo,
il significato profondamente sovversivo del pensiero hegeliano e
nell'opera La tromba del giudizio universale contro Hegel ateo e
anticristo. Un ultimatum arriva ad affermare Con Hegel
l'Anticristo  venuto e si  rivelato. Fra i pi autorevoli
interpreti di Hegel nel nostro tempo, K. Lwith nell'opera Da
Hegel a Nietzsche lo definisce "l'ultimo filosofo cristiano prima
della rottura fra filosofia e cristianesimo".
Infine, per il notevole interesse che ha destato, riportiamo
l'interpretazione di E. Voegelin. Egli ha messo in rilievo il
ritorno della gnosi (un ramo della filosofia antica che riteneva
che la salvezza derivasse dalla conoscenza) nel pensiero moderno.
Rifacendosi all'opera di Christian Baur del 1835 Gnosticismo
antico e filosofia moderna della religione, opera pubblicata nello
stesso anno della Vita di Ges di Strauss (vedi Quaderno terzo/1),
Voegelin interpreta l'illuminismo ed in particolare l'idealismo
tedesco come una manifestazione di questo ritorno della gnosi, che
nell'epoca moderna ha acquistato anche una grande rilevanza
sociale, esprimendosi come spirito rivoluzionario. Hegel stesso
poi suggerirebbe un'interpretazione gnostica del suo pensiero con
alcune affermazioni, presenti nelle sue opere, del tipo: l'uomo
singolo, come individualit, deve morire, perch l'uomo 
immortale solo per la conoscenza.
Voegelin considera soprattutto la filosofia della storia di Hegel
ed osserva che egli  convinto che la rivelazione di Dio in essa
sia pienamente comprensibile e quindi ne esclude totalmente
l'imprevedibile, il mistero. Secondo questa filosofia della storia
la venuta di Cristo  stata un momento cruciale per la rivelazione
del lgos, la quale per non  stata completa. Il compito di
portarla a termine  assegnato da Hegel alla filosofia ed in
definitiva a se stesso. Ci  reso possibile perch nel sistema
hegeliano il lgos umano, venendo a coincidere con il L gos- Ges
Cristo, rende pienamente comprensibile l'intera storia
dell'universo e dell'uomo: Grazie alla dialettica hegeliana la
rivelazione di Dio nella storia perviene alla sua pienezza (E.
Voegelin, Il mito del mondo nuovo). .
Al di l delle interpretazioni una cosa appare ormai certa, che
dopo Hegel la filosofia non fu pi la stessa. Se con lui
assistiamo al trionfo di quel sapere come epistme, che in qualche
modo costituisce l'alveo entro cui, come un grande fiume, la
storia della filosofia si  pi o meno mantenuta, dopo di lui essa
apparir piuttosto come quell'immagine heideggeriana di un bosco
pieno di sentieri che vanno in tante direzioni, ma che non
conducono da nessuna parte.
